9 anni fa
12 dicembre 2010
7 novembre 2010
Apollo e gli altri - II
25' ex tempore di scultura su legno - Belluno
Berretto e occhiali per proteggersi dalla polvere. Stento ad attaccare bottone, ma poi mi sbilancio ed apprendo che il naso-aratro che tanto mi ferisce è “la sua firma”. Che si ama anche colorare una scultura per far venire fuori ciò che ha dentro, per far uscire un po’ le pieghe dell’opera, accompagnando queste parole con un gesto eloquente e materico. Che questi giorni “transennati” nella postazione nel centro di Belluno sono una specie di vacanza anche per chi fa lo scultore. Poi si torna in studio, a lavorare, per i committenti, con soggetti più classici.
Poi c’è chi lavora con le cuffiette dell’i-pod, aggrappato al proprio silenzio.
Chi si preoccupa di chiarire che una scultura del genere starebbe molto bene perfino nell’angolo di un mini appartamento, perché le linee verticali si adattano bene ai contesti abitativi.
Quello che all’inizio mi sembrava il Dalì della situazione ora parla di missioni di pace in Afghanistan.
Poi ci sono i nomi indiani “tradotti” in titoli meno ambiziosi Inno al sole - Danza propiziatoria, cirmolo che in effetti si libra nell’aria.
Donne abbarbicate alle ali di un salvatore squamoso, che si fondono a tal punto con quel desiderio di andarsene da sembrare sirene, venute da lontano, emerse dall’acqua un istante fa.
- Perché piange questo nonno? – chiede lo scultore veterano ai bambini in visita.
- Perché il bambino ha detto una parolaccia – si ipotizza
- No, piange perché il mondo è cattivo. Ma allora il bimbo lo rassicura: “Crescerò, imparerò” dice.
- Ah … - ribatte uno dei piccoli che rimane della propria idea.
Poi i chip, i codici a barre.
Poi la donna con la motosega.
E quella che mostra la sua scultura a un cieco. Guida la mano forse troppo velocemente e quasi giustifica le sue linee contorte – Ma questa è una donna forte più che femminile – come se le due cose fossero inconciliabili.
Le cicogne invece non erano cicogne, ma comunque animali che potrebbero volare.
Berretto e occhiali per proteggersi dalla polvere. Stento ad attaccare bottone, ma poi mi sbilancio ed apprendo che il naso-aratro che tanto mi ferisce è “la sua firma”. Che si ama anche colorare una scultura per far venire fuori ciò che ha dentro, per far uscire un po’ le pieghe dell’opera, accompagnando queste parole con un gesto eloquente e materico. Che questi giorni “transennati” nella postazione nel centro di Belluno sono una specie di vacanza anche per chi fa lo scultore. Poi si torna in studio, a lavorare, per i committenti, con soggetti più classici.
Poi c’è chi lavora con le cuffiette dell’i-pod, aggrappato al proprio silenzio.
Chi si preoccupa di chiarire che una scultura del genere starebbe molto bene perfino nell’angolo di un mini appartamento, perché le linee verticali si adattano bene ai contesti abitativi.
Quello che all’inizio mi sembrava il Dalì della situazione ora parla di missioni di pace in Afghanistan.
Poi ci sono i nomi indiani “tradotti” in titoli meno ambiziosi Inno al sole - Danza propiziatoria, cirmolo che in effetti si libra nell’aria.
Donne abbarbicate alle ali di un salvatore squamoso, che si fondono a tal punto con quel desiderio di andarsene da sembrare sirene, venute da lontano, emerse dall’acqua un istante fa.
- Perché piange questo nonno? – chiede lo scultore veterano ai bambini in visita.
- Perché il bambino ha detto una parolaccia – si ipotizza
- No, piange perché il mondo è cattivo. Ma allora il bimbo lo rassicura: “Crescerò, imparerò” dice.
- Ah … - ribatte uno dei piccoli che rimane della propria idea.
Poi i chip, i codici a barre.
Poi la donna con la motosega.
E quella che mostra la sua scultura a un cieco. Guida la mano forse troppo velocemente e quasi giustifica le sue linee contorte – Ma questa è una donna forte più che femminile – come se le due cose fossero inconciliabili.
Le cicogne invece non erano cicogne, ma comunque animali che potrebbero volare.
5 novembre 2010
Apollo e gli altri
25' ex tempore di scultura su legno - Belluno
Per primo incontro Apollo. Ha il naso grande, un aratro in mezzo alla faccia che è rivolta verso l’alto, protesa, con i muscoli del collo che fanno male. Ha le braccia tese all’indietro, questo ballerino tozzo, come nell’ultimo movimento di una danza vibrata e non finita.
Del giovane mulo da soma non so dire di più. Porta un triste peso, anche se è giovane.
La donna vive di una grazia che si intuisce femminile già da lontano, una donna che ha creato una donna, e lo avverto. Dove c’erano i nodi del legno neri e coriacei, sono stati tolti. Ora c’è il buco. Nèi di aria, vezzi quotidiani.
Il grande volto è una sorpresa invece: piatto ed eccessivo, dietro l’angolo. L’unico che subito evoca nomi di artisti famosi. Labbra, chiome: spalmate sulla lastra di legno dichiarano di essere solo pezzi di cose, da sole evocano meno ma inchiodano di più.
“L’erba del vicino” è il titolo che preferisco finora. Strano come alcuni scultori partano dal titolo, e ne facciano parte integrante dell’opera, il completamento di un assioma e altri non se ne curino, o non ritengano di scriverlo sul loro ordinato cartellino bianco fino all’ultimo. Quanto sei disposto a tirare la corda per sbirciare dal vicino? Quanto oltre puoi tendere i tuoi sensi per vedere se lì tutto è davvero più verde? Il tuo corpo sarà abbastanza elastico per tornare da sé o l’invidia lo avrà bloccato in questo inutile sforzo?
Cicogne ad Aosta. Io no, ma un signore vede in quel pezzo di legno solo sbozzato – l’ opera allo stadio più grezzo tra quelle che ho visto – una cicogna. Sarà una cicogna in carne ed ossa o una di quelle che porta bambini? Da lontano, quella punta sporgente, mi ha ricordato per un attimo il copricapo vescovile di San Niccolò.
Credo di sapere già quale sarà l’opera preferita dai bambini, quest’anno. “Viaggio della speranza”, questa fettona di luna con dentro un mondo intero di comignoli e casette, quest’Arca di Noè dalla quale sbuca un camino che potrebbe essere di fornace, con i mattoncini di coccio color mattone che si possono contare uno per uno e che mi ricordano Venezia e i muri lontani del Mulino Stucky.
Poi c’è San Martino. O forse solo un vecchio col bastone, e tanta vita tra le vesti, e contegno come difficilmente ne vediamo in pubblico. Il bambino che aspetta una sua, non richiesta, parola ha la testa tonda, tondissima.
Poi altri volti, per specchiarcisi dentro. Teschi di Amleto.
Corpi che assomigliano, con la carne che copre la testa del femore levigata e piena quanto le grosse braccia nude di chi l’ ha scolpita.
E per finire Kurt, che col buio ha portato via tutto, sono rimasti solo un tavolo, tipo treppiede, e un cavalletto.
Andandomene sento ancora l’odore del legno che mi colpisce uguale e benvenuto da anni.
Per primo incontro Apollo. Ha il naso grande, un aratro in mezzo alla faccia che è rivolta verso l’alto, protesa, con i muscoli del collo che fanno male. Ha le braccia tese all’indietro, questo ballerino tozzo, come nell’ultimo movimento di una danza vibrata e non finita.
Del giovane mulo da soma non so dire di più. Porta un triste peso, anche se è giovane.
La donna vive di una grazia che si intuisce femminile già da lontano, una donna che ha creato una donna, e lo avverto. Dove c’erano i nodi del legno neri e coriacei, sono stati tolti. Ora c’è il buco. Nèi di aria, vezzi quotidiani.
Il grande volto è una sorpresa invece: piatto ed eccessivo, dietro l’angolo. L’unico che subito evoca nomi di artisti famosi. Labbra, chiome: spalmate sulla lastra di legno dichiarano di essere solo pezzi di cose, da sole evocano meno ma inchiodano di più.
“L’erba del vicino” è il titolo che preferisco finora. Strano come alcuni scultori partano dal titolo, e ne facciano parte integrante dell’opera, il completamento di un assioma e altri non se ne curino, o non ritengano di scriverlo sul loro ordinato cartellino bianco fino all’ultimo. Quanto sei disposto a tirare la corda per sbirciare dal vicino? Quanto oltre puoi tendere i tuoi sensi per vedere se lì tutto è davvero più verde? Il tuo corpo sarà abbastanza elastico per tornare da sé o l’invidia lo avrà bloccato in questo inutile sforzo?
Cicogne ad Aosta. Io no, ma un signore vede in quel pezzo di legno solo sbozzato – l’ opera allo stadio più grezzo tra quelle che ho visto – una cicogna. Sarà una cicogna in carne ed ossa o una di quelle che porta bambini? Da lontano, quella punta sporgente, mi ha ricordato per un attimo il copricapo vescovile di San Niccolò.
Credo di sapere già quale sarà l’opera preferita dai bambini, quest’anno. “Viaggio della speranza”, questa fettona di luna con dentro un mondo intero di comignoli e casette, quest’Arca di Noè dalla quale sbuca un camino che potrebbe essere di fornace, con i mattoncini di coccio color mattone che si possono contare uno per uno e che mi ricordano Venezia e i muri lontani del Mulino Stucky.
Poi c’è San Martino. O forse solo un vecchio col bastone, e tanta vita tra le vesti, e contegno come difficilmente ne vediamo in pubblico. Il bambino che aspetta una sua, non richiesta, parola ha la testa tonda, tondissima.
Poi altri volti, per specchiarcisi dentro. Teschi di Amleto.
Corpi che assomigliano, con la carne che copre la testa del femore levigata e piena quanto le grosse braccia nude di chi l’ ha scolpita.
E per finire Kurt, che col buio ha portato via tutto, sono rimasti solo un tavolo, tipo treppiede, e un cavalletto.
Andandomene sento ancora l’odore del legno che mi colpisce uguale e benvenuto da anni.
1 novembre 2010
Scende la pioggia
25' ex tempore di scultura su legno - Belluno
Piove. Piove da tutto il giorno e il cirmolo assorbe umidità, credo. I cartelli con i nomi degli scultori e delle sculture sono ancora bianchi, intonsi. Solo uno scultore ha deciso di riparare il legno dalla pioggia diretta, appoggiandolo al muro sotto i portici. È una donna, ovviamente, con preoccupazione del tutto casalinga e quasi materna. Ha messo la sua futura opera, perché credo che lei già intraveda quello che sarà, in un posto di passaggio, esposta se non alla pioggia ai piedi della gente, anche alle pisciate dei cani se volessimo essere pessimisti. Ma evidentemente ha fiducia in noi passanti, nell’abitudine che abbiamo al legno, almeno una settimana all’anno.
Leggo tra i nomi anche Franco Maschio, nome che torna alla memoria da quella gita delle elementari in cui noi, coi cognomi monosillabi che terminano in consonante, ridevamo per niente.
Poi c’è quello in canottiera, le cui braccia, che cerco di non fissare, mi sembrano già loro una statua. Un monumento a un modo di vivere, uno scolpire quotidiano, un lasciarsi scolpire. Ci vuole coraggio per lasciarsi lavorare dal tempo, dalla pioggia e da tutto il resto.
Piove. Piove da tutto il giorno e il cirmolo assorbe umidità, credo. I cartelli con i nomi degli scultori e delle sculture sono ancora bianchi, intonsi. Solo uno scultore ha deciso di riparare il legno dalla pioggia diretta, appoggiandolo al muro sotto i portici. È una donna, ovviamente, con preoccupazione del tutto casalinga e quasi materna. Ha messo la sua futura opera, perché credo che lei già intraveda quello che sarà, in un posto di passaggio, esposta se non alla pioggia ai piedi della gente, anche alle pisciate dei cani se volessimo essere pessimisti. Ma evidentemente ha fiducia in noi passanti, nell’abitudine che abbiamo al legno, almeno una settimana all’anno.
Leggo tra i nomi anche Franco Maschio, nome che torna alla memoria da quella gita delle elementari in cui noi, coi cognomi monosillabi che terminano in consonante, ridevamo per niente.
Poi c’è quello in canottiera, le cui braccia, che cerco di non fissare, mi sembrano già loro una statua. Un monumento a un modo di vivere, uno scolpire quotidiano, un lasciarsi scolpire. Ci vuole coraggio per lasciarsi lavorare dal tempo, dalla pioggia e da tutto il resto.
31 ottobre 2010
Buona la prima
25’ ex tempore di scultura su legno – Belluno
Sono affezionata a questa manifestazione. Il mio primo ricordo dell’ex tempore, parola nuova ed esotica, imparata in un umido novembre, risale al 1992 o ‘93. La maestra di italiano ci portò in “gita”. Giravamo tra le postazioni transennate della piazza avvolti nei nostri piumini oversize anni novanta, io temo di aver avuto anche la fascetta per le orecchie di pile azzurro, avevamo otto o nove anni e restammo affascinati, o meglio galvanizzati, tutti dalla stessa opera.
Titolo: 243. Altro non era che un’enorme scarpa di legno – di circa duecento numeri più grande di un canonico 43, nelle intenzioni – un poco rotonda e piuttosto sportiva: forse di tela e con la punta di plastica. Aveva le pieghette di lato, come una scarpa nella quale davvero ci si fosse camminato dentro, e i lacci mezzo attorcigliati. Ci piaceva, ci faceva ridere per la sua grandezza e la capivamo, a differenza di tutti quei corpi ritorti e stilizzati. Se li avessimo disegnati noi la maestra non ci avrebbe dato un bel voto. E comunque noi non avremmo disegnato dei corpi del genere, neanche io che ero la peggiore in disegno.
Una volta tornati a scuola l’immancabile tema sulla gita mi aveva riservato l’emozione di un’altra parola nuova: tomaia. La maestra me l’aveva insegnata ma a me pareva che me l’avesse affidata, con lo stesso sapere artigiano che usciva dagli scalpelli della piazza. Saper fare qualcosa, saper dire qualcosa. Dare una forma, depositare un profilo. Quello e non un altro, un bordo preciso per quello che si è immaginato. Un risultato che è lì, dopo essere passato dentro di noi.
Sono affezionata a questa manifestazione. Il mio primo ricordo dell’ex tempore, parola nuova ed esotica, imparata in un umido novembre, risale al 1992 o ‘93. La maestra di italiano ci portò in “gita”. Giravamo tra le postazioni transennate della piazza avvolti nei nostri piumini oversize anni novanta, io temo di aver avuto anche la fascetta per le orecchie di pile azzurro, avevamo otto o nove anni e restammo affascinati, o meglio galvanizzati, tutti dalla stessa opera.
Titolo: 243. Altro non era che un’enorme scarpa di legno – di circa duecento numeri più grande di un canonico 43, nelle intenzioni – un poco rotonda e piuttosto sportiva: forse di tela e con la punta di plastica. Aveva le pieghette di lato, come una scarpa nella quale davvero ci si fosse camminato dentro, e i lacci mezzo attorcigliati. Ci piaceva, ci faceva ridere per la sua grandezza e la capivamo, a differenza di tutti quei corpi ritorti e stilizzati. Se li avessimo disegnati noi la maestra non ci avrebbe dato un bel voto. E comunque noi non avremmo disegnato dei corpi del genere, neanche io che ero la peggiore in disegno.
Una volta tornati a scuola l’immancabile tema sulla gita mi aveva riservato l’emozione di un’altra parola nuova: tomaia. La maestra me l’aveva insegnata ma a me pareva che me l’avesse affidata, con lo stesso sapere artigiano che usciva dagli scalpelli della piazza. Saper fare qualcosa, saper dire qualcosa. Dare una forma, depositare un profilo. Quello e non un altro, un bordo preciso per quello che si è immaginato. Un risultato che è lì, dopo essere passato dentro di noi.
25 agosto 2010
Un bell'articolo
Oggi posto solo un link, dedicato alla mia generazione.
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_25/severgnini_eff3b32c-b005-11df-817a-00144f02aabe.shtml
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_25/severgnini_eff3b32c-b005-11df-817a-00144f02aabe.shtml
10 agosto 2010
Cosce e cervelli
Quando la seduta dall’estetista diventa improrogabile, obbligatoria, e si spera liberatoria, è d’estate.
Dopo aver provato creme, epilatori (epilady, termine quasi vintage ma dal suono più musicale del silk-epil) e rasoi sono infine a tiro di cera sul lettino. Arriva la fatidica domanda: “Hai usato il rasoio?”. Annuisco o sorrido, mai provare a negare!, perché il solo nominare altri metodi che non siano la ceretta comprometterebbe l’esito delle operazioni e temo che la tariffa lieviterebbe.
Mentre soffro per gli strappi decisi e contro pelo – e ho lottato per avere questo posto alle 8 del mattino nella mia unica settimana di ferie – le conversazioni spaziano lungo tutto il mio corpo. Corpo a quanto pare martoriato da numerose patologie insospettabili, che le mie serate in palestra non sono riuscite a fermare.
Il nuovo inquilino del mio corpo, colei che infiniti addusse lutti alle donne, come già agli Achei?, è la Ritenzione Idrica, ovvero l’anticamera della cellulite. Dopo aver strizzato le mie cosce la sentenza è cauta ma insindacabile: sono “tra il secondo e il terzo grado”.
Mi agito sul lettino. Mi affanno. Cerco di recuperare lucidità, visione del gioco. Infine capisco quale sia l’unica strada percorribile: chino la testa e chiedo consigli. Cosa posso fare? “Bere tanto.” Le basi le conosco. E sono sempre quelle, penso. “Ma non bere così tanto da farsi venire sforzi di vomito!” conclude lei con un sorrisino, come fosse il classico errore che una come me commette. E quante ne ha viste lei finite educatamente a rimettere acqua nel bagno dell’ufficio per aver combattuto la battaglia con troppa enfasi! Mi sento al riparo da tale tipo di errore e devo erroneamente farlo trasparire dal mio viso perché subito lei rincara la dose.
“Se la sera mangi formaggio hai mai notato che al mattino avrai gli occhi gonfi?”. No, veramente non ci ho mai fatto caso… “Gonfiore attorno agli occhi intendo, non il bulbo oculare gonfio!”. Vorrei urlare che la mia immaginazione non è così fervida né così macabra, che non guardo film dell’orrore e che i bulbi oculari gonfi non mi avevano mai sfiorato l’anticamera del cervello prima d’ora. Ma incasso, evidentemente sembro una che di anatomia ci può capire davvero poco.
La lezione continua. “Basta non bere alcolici di frequente”. Vabbè a parte qualche aperitivo bellicoso… “Non ne bevo abitualmente”dichiaro.
“E poi non bisogna consumare cibi fritti…” Le patatine valgono? Decido di no. “Non sono un’appassionata di fritture” butto lì sorridendo. Ma non c’è niente da ridere sembra dire lo sguardo di lei, dominante e prospiciente con una spatola di cera rovente in mano, mentre con garbo mi istruisce.
Cibi conservati, dolci elaborati, pizza, pasta, carboidrati “in generale”… E poiché il gioco si fa duro la piramide alimentare dei cibi proibiti allarga la propria base a dismisura finché è facile distinguerne il profilo, la visualizzo: è la piramide di Cheope! E a quel punto sono fregata.
La pazza sarò io ma, insieme all’ennesimo pelo in fase telogen, mi esce a voce davvero alta: “Lo sapevi che chi costruiva le piramidi egizie veniva ucciso perché non ne rivelasse i segreti?”
Tieniti la tua saggezza sulla buccia d’arancia, il tuo compendio sulla ritenzione idrica, la tua bibbia della cellulite. Io me ne rimango così, tra il secondo e il terzo grado di cellulite, senza sapere se i gradi siano 3 o 37.
Socratica.
Dopo aver provato creme, epilatori (epilady, termine quasi vintage ma dal suono più musicale del silk-epil) e rasoi sono infine a tiro di cera sul lettino. Arriva la fatidica domanda: “Hai usato il rasoio?”. Annuisco o sorrido, mai provare a negare!, perché il solo nominare altri metodi che non siano la ceretta comprometterebbe l’esito delle operazioni e temo che la tariffa lieviterebbe.
Mentre soffro per gli strappi decisi e contro pelo – e ho lottato per avere questo posto alle 8 del mattino nella mia unica settimana di ferie – le conversazioni spaziano lungo tutto il mio corpo. Corpo a quanto pare martoriato da numerose patologie insospettabili, che le mie serate in palestra non sono riuscite a fermare.
Il nuovo inquilino del mio corpo, colei che infiniti addusse lutti alle donne, come già agli Achei?, è la Ritenzione Idrica, ovvero l’anticamera della cellulite. Dopo aver strizzato le mie cosce la sentenza è cauta ma insindacabile: sono “tra il secondo e il terzo grado”.
Mi agito sul lettino. Mi affanno. Cerco di recuperare lucidità, visione del gioco. Infine capisco quale sia l’unica strada percorribile: chino la testa e chiedo consigli. Cosa posso fare? “Bere tanto.” Le basi le conosco. E sono sempre quelle, penso. “Ma non bere così tanto da farsi venire sforzi di vomito!” conclude lei con un sorrisino, come fosse il classico errore che una come me commette. E quante ne ha viste lei finite educatamente a rimettere acqua nel bagno dell’ufficio per aver combattuto la battaglia con troppa enfasi! Mi sento al riparo da tale tipo di errore e devo erroneamente farlo trasparire dal mio viso perché subito lei rincara la dose.
“Se la sera mangi formaggio hai mai notato che al mattino avrai gli occhi gonfi?”. No, veramente non ci ho mai fatto caso… “Gonfiore attorno agli occhi intendo, non il bulbo oculare gonfio!”. Vorrei urlare che la mia immaginazione non è così fervida né così macabra, che non guardo film dell’orrore e che i bulbi oculari gonfi non mi avevano mai sfiorato l’anticamera del cervello prima d’ora. Ma incasso, evidentemente sembro una che di anatomia ci può capire davvero poco.
La lezione continua. “Basta non bere alcolici di frequente”. Vabbè a parte qualche aperitivo bellicoso… “Non ne bevo abitualmente”dichiaro.
“E poi non bisogna consumare cibi fritti…” Le patatine valgono? Decido di no. “Non sono un’appassionata di fritture” butto lì sorridendo. Ma non c’è niente da ridere sembra dire lo sguardo di lei, dominante e prospiciente con una spatola di cera rovente in mano, mentre con garbo mi istruisce.
Cibi conservati, dolci elaborati, pizza, pasta, carboidrati “in generale”… E poiché il gioco si fa duro la piramide alimentare dei cibi proibiti allarga la propria base a dismisura finché è facile distinguerne il profilo, la visualizzo: è la piramide di Cheope! E a quel punto sono fregata.
La pazza sarò io ma, insieme all’ennesimo pelo in fase telogen, mi esce a voce davvero alta: “Lo sapevi che chi costruiva le piramidi egizie veniva ucciso perché non ne rivelasse i segreti?”
Tieniti la tua saggezza sulla buccia d’arancia, il tuo compendio sulla ritenzione idrica, la tua bibbia della cellulite. Io me ne rimango così, tra il secondo e il terzo grado di cellulite, senza sapere se i gradi siano 3 o 37.
Socratica.
29 maggio 2010
London - La capitale dell'Impero
Non sono forte in storia ma questa, ragazzi, è davvero la capitale dell'Impero.
In ogni Victoria, stazione teatro o viale che sia, c'è spazio per tutti.
In metro, mentre la voce registrata ti ricorda mille volte che un gap c'è, la cosa più inquietante che ho visto fare è stato buttare le riviste della free press dietro la schiena, tra il sedile e il finestrino, con movimento noncurante e sicuro. Carta straccia.
Ho sentito cantare bene in metro, e ho addirittura pensato che fosse l'acustica del luogo buona, non uno con una bella voce. E' una città che ha assorbito il buono, forse, che ha metabolizzato molto di sicuro. E' una città che ha avuto un Great Fire, non so se c'entra.
"Dallo spillo all'elefante" è lo slogan di Harrod's (vero panico da non luogo), ma potrebbe essere anche lo slogan della città. O della National Gallery: c'era tutto il mio libro di storia dell'arte, in un saccheggio costante e ordinato, in saloni da regine.
17 maggio 2010
3 gennaio 2010
Buoni propositi per l'anno nuovo
ciao!
i buoni propositi per l'anno nuovo sono troppi e non sai su cosa concentrarti?
o tua madre non ti costringe più a scriverli in ordine su un lista e sotto sotto un po' ti mancano?
guarda questo sito: http://moninavelarde.com/newyears/
cliccando esce un buon proposito, del tutto casuale, per il 2010!
a me è venuta una cosa tipo: cimentarsi con la fotografia delle stelle!
e a te?
i buoni propositi per l'anno nuovo sono troppi e non sai su cosa concentrarti?
o tua madre non ti costringe più a scriverli in ordine su un lista e sotto sotto un po' ti mancano?
guarda questo sito: http://moninavelarde.com/newyears/
cliccando esce un buon proposito, del tutto casuale, per il 2010!
a me è venuta una cosa tipo: cimentarsi con la fotografia delle stelle!
e a te?
2 gennaio 2010
La parola delle feste
Leccarda – è una parola inutile forse. Si potrebbe dire “il piatto del forno”, specificare “il piatto del forno, non la griglia”. O usare un quasi sinonimo “il vassoio del forno”, specificare “il vassoio del forno, quello che si infila nelle guide laterali”. Che poi, anche leggendo in una ricetta si capirebbe lo stesso: “deporre i biscotti su un foglio di carta oleata e infornarli”: non si fodera di carta oleata una griglia.
Però la parola leccarda esiste. Mi dà un piacere insieme professionale e infantile. Da chef, perché io credo, e correggetemi se sbaglio, che in pochi – se non professionisti – sappiano che il piatto del forno si chiama leccarda (e potrebbe essere una domanda di Chi vuol essere milionario, volendo).
Però la leccarda è ovvio, lo dice la parola stessa, si lecca, o meglio sembrerebbe ovvio, il termine è insidioso, anche. Esempio: antivigilia di Natale. La mamma (o meglio la nonna, la mamma lavora) che urla al figlio (o al figlio del figlio): "Non leccare la leccarda!" ("Che ti bruci…" – la leccarda vive solo in forno – sottointeso inutile, come la maggior parte dei sottointesi). Ed ecco il bimbo ghiotto, ne esiste ancora qualcuno – che si crede furbo, ahilui! – con la lingua avida e muscolosa che frigge nel fuggevole, ma non abbastanza, contatto con la luccicante leccarda! Il tutto corredato da un fumetto grigio che sale come in un cartone animato e la lingua rovinosamente attaccata alla leccarda… rovinata per sempre da una sconosciuta e bellissima parola.
Però la parola leccarda esiste. Mi dà un piacere insieme professionale e infantile. Da chef, perché io credo, e correggetemi se sbaglio, che in pochi – se non professionisti – sappiano che il piatto del forno si chiama leccarda (e potrebbe essere una domanda di Chi vuol essere milionario, volendo).
Però la leccarda è ovvio, lo dice la parola stessa, si lecca, o meglio sembrerebbe ovvio, il termine è insidioso, anche. Esempio: antivigilia di Natale. La mamma (o meglio la nonna, la mamma lavora) che urla al figlio (o al figlio del figlio): "Non leccare la leccarda!" ("Che ti bruci…" – la leccarda vive solo in forno – sottointeso inutile, come la maggior parte dei sottointesi). Ed ecco il bimbo ghiotto, ne esiste ancora qualcuno – che si crede furbo, ahilui! – con la lingua avida e muscolosa che frigge nel fuggevole, ma non abbastanza, contatto con la luccicante leccarda! Il tutto corredato da un fumetto grigio che sale come in un cartone animato e la lingua rovinosamente attaccata alla leccarda… rovinata per sempre da una sconosciuta e bellissima parola.
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