31 ottobre 2010

Buona la prima

25’ ex tempore di scultura su legno – Belluno

Sono affezionata a questa manifestazione. Il mio primo ricordo dell’ex tempore, parola nuova ed esotica, imparata in un umido novembre, risale al 1992 o ‘93. La maestra di italiano ci portò in “gita”. Giravamo tra le postazioni transennate della piazza avvolti nei nostri piumini oversize anni novanta, io temo di aver avuto anche la fascetta per le orecchie di pile azzurro, avevamo otto o nove anni e restammo affascinati, o meglio galvanizzati, tutti dalla stessa opera.
Titolo: 243. Altro non era che un’enorme scarpa di legno – di circa duecento numeri più grande di un canonico 43, nelle intenzioni – un poco rotonda e piuttosto sportiva: forse di tela e con la punta di plastica. Aveva le pieghette di lato, come una scarpa nella quale davvero ci si fosse camminato dentro, e i lacci mezzo attorcigliati. Ci piaceva, ci faceva ridere per la sua grandezza e la capivamo, a differenza di tutti quei corpi ritorti e stilizzati. Se li avessimo disegnati noi la maestra non ci avrebbe dato un bel voto. E comunque noi non avremmo disegnato dei corpi del genere, neanche io che ero la peggiore in disegno.
Una volta tornati a scuola l’immancabile tema sulla gita mi aveva riservato l’emozione di un’altra parola nuova: tomaia. La maestra me l’aveva insegnata ma a me pareva che me l’avesse affidata, con lo stesso sapere artigiano che usciva dagli scalpelli della piazza. Saper fare qualcosa, saper dire qualcosa. Dare una forma, depositare un profilo. Quello e non un altro, un bordo preciso per quello che si è immaginato. Un risultato che è lì, dopo essere passato dentro di noi.

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