05 novembre 2010

Apollo e gli altri

25' ex tempore di scultura su legno - Belluno

Per primo incontro Apollo. Ha il naso grande, un aratro in mezzo alla faccia che è rivolta verso l’alto, protesa, con i muscoli del collo che fanno male. Ha le braccia tese all’indietro, questo ballerino tozzo, come nell’ultimo movimento di una danza vibrata e non finita.
Del giovane mulo da soma non so dire di più. Porta un triste peso, anche se è giovane.
La donna vive di una grazia che si intuisce femminile già da lontano, una donna che ha creato una donna, e lo avverto. Dove c’erano i nodi del legno neri e coriacei, sono stati tolti. Ora c’è il buco. Nèi di aria, vezzi quotidiani.
Il grande volto è una sorpresa invece: piatto ed eccessivo, dietro l’angolo. L’unico che subito evoca nomi di artisti famosi. Labbra, chiome: spalmate sulla lastra di legno dichiarano di essere solo pezzi di cose, da sole evocano meno ma inchiodano di più.
“L’erba del vicino” è il titolo che preferisco finora. Strano come alcuni scultori partano dal titolo, e ne facciano parte integrante dell’opera, il completamento di un assioma e altri non se ne curino, o non ritengano di scriverlo sul loro ordinato cartellino bianco fino all’ultimo. Quanto sei disposto a tirare la corda per sbirciare dal vicino? Quanto oltre puoi tendere i tuoi sensi per vedere se lì tutto è davvero più verde? Il tuo corpo sarà abbastanza elastico per tornare da sé o l’invidia lo avrà bloccato in questo inutile sforzo?
Cicogne ad Aosta. Io no, ma un signore vede in quel pezzo di legno solo sbozzato – l’ opera allo stadio più grezzo tra quelle che ho visto – una cicogna. Sarà una cicogna in carne ed ossa o una di quelle che porta bambini? Da lontano, quella punta sporgente, mi ha ricordato per un attimo il copricapo vescovile di San Niccolò.
Credo di sapere già quale sarà l’opera preferita dai bambini, quest’anno. “Viaggio della speranza”, questa fettona di luna con dentro un mondo intero di comignoli e casette, quest’Arca di Noè dalla quale sbuca un camino che potrebbe essere di fornace, con i mattoncini di coccio color mattone che si possono contare uno per uno e che mi ricordano Venezia e i muri lontani del Mulino Stucky.
Poi c’è San Martino. O forse solo un vecchio col bastone, e tanta vita tra le vesti, e contegno come difficilmente ne vediamo in pubblico. Il bambino che aspetta una sua, non richiesta, parola ha la testa tonda, tondissima.
Poi altri volti, per specchiarcisi dentro. Teschi di Amleto.
Corpi che assomigliano, con la carne che copre la testa del femore levigata e piena quanto le grosse braccia nude di chi l’ ha scolpita.
E per finire Kurt, che col buio ha portato via tutto, sono rimasti solo un tavolo, tipo treppiede, e un cavalletto.
Andandomene sento ancora l’odore del legno che mi colpisce uguale e benvenuto da anni.

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