5 novembre 2011

Le correzioni di Jonathan Franzen


Premessa. In quanto (aspirante) redattore provo un’imbarazzante piacere per le correzioni.
Ho imparato una serie di simboli – incomprensibili ai più – che significano “avvicinare”, “allontanare”, “eliminare”. Mandare in correzione, controllare se fare determinate correzioni e infine inserire le correzioni è per me attività quotidiana.

Il romanzo di Franzen fa passare la voglia di produrre una narrativa che racconti la classe media odierna per un semplice motivo: perché dice, pressoché, già tutto. È difficile non immedesimarsi via via in un’azione, in un pensiero, in un gesto di questi personaggi: la realizzatissima Denise (bisessuale non proprio pacificata col mondo), il fallito Chip (l’intellettuale sensibile e spiantato) e il forse-depresso Gary (l’uomo in carriera con bellamoglie-beifigli-bellamacchina). Ma anche i loro anziani genitori Enid e Alfred, lui in preda a una malattia degenerativa e lei aggrappata alla vita e all’illusione di Un Ultimo Natale perfetto, fanno prima o poi qualcosa nel quale ci riconosciamo.
Ora, mentre questa famiglia si affanna così tanto a stare dentro ai ruoli che ricopre – o a starne fuori, il più distante possibile, fingendo però di calzarli a pennello ¬– con la perpetua sensazione che un’enorme penna rossa guidata da mano genitoriale stia per tracciare un segno di disappunto… in tutto questo Franzen mette in bocca queste parole a una madre di due figlie, lesbica, trasandata, che non trae godimento dal denaro e che nutre sensi di colpa per avere un fratello in prigione:
- A cosa serve la vita?
- Non lo so – risponde una delle protagoniste.
- Neanch’io. Ma non credo che serva a vincere.

Questa frase passa quasi inosservata, buttata come è nel turbine di eventi e di affreschi – e in questo senso il libro è ottocentesco, con la capacità di diventare anche il mezzo di conoscenza di un mondo, oltre che avere personaggi di rara statura – ma andrebbe sottolineata, e non con la penna rossa.
Perdiamo la vita in discussioni estenuanti (un piccolo capolavoro di psicologia di coppia è quella tra Gary e Caroline) che desideriamo ardentemente vincere, vogliamo segnare punti su un tabellone inesistente o dal valore ridicolo (come capisce il lettore, costretto però anche a sorridere di sé, mentre sorride delle battaglie dei personaggi) e teniamo in mano o temiamo la penna rossa – ma il più delle volte entrambi le cose – ¬ senza mai capire che invece questa vita non è una gara.

P.S. E se può essere utile alla salute di noi tutti, venite ad aiutarmi a correggere bozze. Purché sia liberatorio, e finisca lì.

22 settembre 2011

per sara, vale (e me)

Sotto a una pioggia di malli
al fresco buio della sera,
in questo settembre che solo
cerca di essere con noi, clemente
ci sfiliamo le collane
e disperdiamo le perle.
A manciate larghe,
con il solo gesto di donna che ci è concesso
buttiamo giù il poco che abbiamo
e, per niente placide, ci teniamo per mano.

22 agosto 2011

9 agosto 2011

A(h)I A(h)I A(h)I !! (agenzie interninali)

Davanti alla porta d’entrata in vetro, piena di ditate unte, e sotto l’unica giornata afosa di quest’estate realizzo l’etimologia della parola. Interinale: da interim, che tristemente mi ricorda il faccione cotto di Silvio che si fa carico di un ennesimo ministero. L’associazione mentale è male augurante, e ben presto si rivelerà tale.
La porta bisunta mi viene aperta dall’interno da un apposito bottone ronzante. Tipo banca. Tipo gioielleria. Tipo “luogo che custodisce qualcosa di veramente prezioso”. Il mio nuovo agognato lavoro?
E proprio come in un tempio la sacerdotessa mi viene ad accogliere sulla soglia, non un passo in più posso fare da sola verso l’olimpo dell’occupazione.
La vestale non è di bellezza sconvolgente (la porta bisunta evidentemente non lascia filtrare il sole, l’olio che ne potrei raccogliere in fialetta non è di cocco: e il suo colorito ne risente).
Ma lungi da me essere maschilista e sessista. La vestale infatti compensa con una comunicazione di livello AAA+, non declassabile.
- Ti sei mai iscritta?
- No
- Cosa vuoi fare?
OMISSIS
- Noi non operiamo in questo settore
- E… ?
- Neanche in questo settore… Sai fare fatture?
- No
- DDT?
(Realizzo che non mi sta parlando di Raid ma di Documenti di Trasposto)
- No.

Silenzio.
Innalzo una preghiera tenendo gli occhi bassi sugli arredi (sacri) fuxia-neri-verdi.
E allora sento, in cuor mio, che è arrivato il momento.
O vengo cacciata dal tempio, senza aver ricevuto nemmeno un’incensata – o una pacca sulla spalla – o vado laddove il naturale corso delle cose porta quei figli ovunque dispersi nel mondo del lavoro, quegli eterni sognatori che volendo lavorare dopo essersi laureati (in Lettere magari)… ora suscitano meno fiducia di un membro di Scientology.
Imploro pietas.
Ipotizzo un ritorno al grembo materno.
- E Mamma Luxottica? – chiedo imbarazzata.
E qui la vestale fa frusciare nell’aria viziata i suoi capelli stopposi e pensa: ma perché non l’hai detto subito?

Il suo corpo è percorso da una scossa adrenalinica. Improvvisamente la favella si impossessa di lei.
- Se sei interessata anche a questo tipo di mansioni, allora abbiamo molteplici possibilità da offrirti!
Esistono impieghi per logistica, customer service e ovviamente produzione.
Per quanto riguarda quest’ultimo punto i candidati devono prima essere sottoposti a un veloce test per vedere se hanno i prerequisiti. Così richiede l’Azienda.
Se sei disponibile potrei somministrartelo anche subito…
E così il mio destino si compie.
Dopo anni di studio mi ritrovo davanti a una tavoletta di mesopotamica memoria a infilare coni e bastoncelli. Faceva meno male se mi risistemavo – manualmente – quelli dell’occhio.



8 agosto 2011

ODIO I BLOG...

degli altri.

Che ti raccontano di quanto si sta bene, anche senza di te.
Di quante cose belle ci sono nella vita.
Di quanti progetti si possono fare.

Mentre qui piove, e tanto.

Odio anche i blog che si fanno i cazzi propri davanti a tutti.

18 luglio 2011

6 luglio 2011

Senza titolo

Ho guardato le nostre fotografie: ho visto solo che eravamo più o meno grassi, con tagli di capelli più o meno discutibili.
Mi sono sentita dire che sono una persona ambiziosa.
Ho male agli occhi, sotto. Le borse sotto e le palpebre sopra.
Sono dimagrita un chilo.
Ho testato l’elasticità del mio stomaco, con spasmi da manuale.
Ho fatto la classifica delle nostre canzoni.
E poi mi è sembrato strano che ci fossero ancora tutte quelle stelle in cielo.

19 maggio 2011

Accad(d)e che

Accade che stai per compiere 27 anni.
Accade che hai scovato un libro dal titolo Il ventisettesimo anno. Due racconti sul sopravvivere: l’hai comprato ma non l’hai letto. Non si tratta della crisi del settimo anno ma, è evidente, un sette c’è e si sente.
Accade che comunque sei diplomata (a doppio zero), sei laureata (con lode) e sei lavorata (con contratto a progetto). Poi il loro progetto scade, e il tuo inizia a fare la muffa, come lo yogurt, che comincia piano sotto la linguetta di alluminio, provando a non intaccare il grosso.
Accade che, grazie al cielo!, non sei masterizzata: vorrebbe dire che ti devono dare più soldi e soldi più non ce ne sono.
Accade che cerchi lavoro, sei specializzata nello riempire format pieni di asterischi: come fosse una galassia, ogni spazio contrassegnato dall’asterisco è indispensabile. Tutto è indispensabile, pena non poterti candidare a quella fantastica offerta per account che opereranno anche in modalità door to door (traduzione indispensabile).
Accade che avendo compilato quelle bande asteriscate ora la tua mail è tutto un pullulare di “In arrivo”, tutto un lampeggiare di buste e quando clicchi – per una volta speranzosa essendoti appena opzionata una giornata fantastica, parola di Paolo Fox – l’offerta dice: “SEI FUORI CORSO ALL’UNIVERSITA’?”
“NO!CA***!” (e questi sì che sono asterischi indispensabili).
Accadde che mi dissero che era fondamentale laurearsi nei tempi “giusti”, per rientrare nell’età media dei neo-laureati europei, noi che “il futuro europeo”…
Accadde che lo feci. E ora: feci.

10 marzo 2011