25 novembre 2008

La Madonna della Salute (Donne-capitolo uno)

Ho camminato tra la folla, un’ordinata biscia di gente imbacuccata che in un pomeriggio freddo, senza la mappa della città, andava alla Salute. Digiuna da sempre di pellegrinaggi e devozioni mi sono trovata con una candela in mano, la più piccola e colorata, quella da due euro. Costava di meno e mi sembrava meno pretenziosa, più adatta al mio checifaccioqui. Tra un signore che dice alla moglie di stare attenta ai gradini, sarebbe il colmo farsi male alla Salute!, e una bimba griffatissima, mi ritrovo dentro. Tutto è Barocco: rotonde le cupole e lucenti gli schermi montati per l’occasione, passato il solito freddo da chiesa per tutta la gente che c’è. La luce delle candele accese attira me e la mia spenta. Gli operai della fede hanno il camice blu come il toni dell’idraulico, gli orecchini grandi e al massimo vent’anni. Secondo me li pagano. Poco mi importa. Tolgono le candele di chi sarà passato,boh, una mezz’ora?, un’ora prima?, le soffiano le spengono le buttano in un cestino. Una mamma dice che le riciclano, mah... La cera persa per strada si solidifica sul loro camice davvero in fretta, lo riga di bianco sul blu. Una ragazza prende la mia candela, la accende normalmente (per quelle più grandi, tipo cero sottile, c’è un lungo stoppino che lei tende con metodo sopra la fiamma) e poi con la mia accende quella di una bimba, che vorrebbe tenersi il lume, ma cede anche lei alla devozione in camice blu. Dico un pezzo di preghierina, non so se l’ho finita, e mi scanso prima ancora che la mia candela sia appoggiata al suo posto nella grata. Lascio posto agli altri.
Qualcuno o qualcosa mi ha presa per mano in questo ultimo chilometro, mi ha fatto fare quello che sentivo di dovere-volere fare, mi ha estenuata finché ho acceso questo bisogno e poi mi ha lasciato sfogare un paio di inspiegabili lacrime. O forse fin troppo spiegabili, dentro di me.