Leccarda – è una parola inutile forse. Si potrebbe dire “il piatto del forno”, specificare “il piatto del forno, non la griglia”. O usare un quasi sinonimo “il vassoio del forno”, specificare “il vassoio del forno, quello che si infila nelle guide laterali”. Che poi, anche leggendo in una ricetta si capirebbe lo stesso: “deporre i biscotti su un foglio di carta oleata e infornarli”: non si fodera di carta oleata una griglia.
Però la parola leccarda esiste. Mi dà un piacere insieme professionale e infantile. Da chef, perché io credo, e correggetemi se sbaglio, che in pochi – se non professionisti – sappiano che il piatto del forno si chiama leccarda (e potrebbe essere una domanda di Chi vuol essere milionario, volendo).
Però la leccarda è ovvio, lo dice la parola stessa, si lecca, o meglio sembrerebbe ovvio, il termine è insidioso, anche. Esempio: antivigilia di Natale. La mamma (o meglio la nonna, la mamma lavora) che urla al figlio (o al figlio del figlio): "Non leccare la leccarda!" ("Che ti bruci…" – la leccarda vive solo in forno – sottointeso inutile, come la maggior parte dei sottointesi). Ed ecco il bimbo ghiotto, ne esiste ancora qualcuno – che si crede furbo, ahilui! – con la lingua avida e muscolosa che frigge nel fuggevole, ma non abbastanza, contatto con la luccicante leccarda! Il tutto corredato da un fumetto grigio che sale come in un cartone animato e la lingua rovinosamente attaccata alla leccarda… rovinata per sempre da una sconosciuta e bellissima parola.