
Premessa. In quanto (aspirante) redattore provo un’imbarazzante piacere per le correzioni.
Ho imparato una serie di simboli – incomprensibili ai più – che significano “avvicinare”, “allontanare”, “eliminare”. Mandare in correzione, controllare se fare determinate correzioni e infine inserire le correzioni è per me attività quotidiana.
Il romanzo di Franzen fa passare la voglia di produrre una narrativa che racconti la classe media odierna per un semplice motivo: perché dice, pressoché, già tutto. È difficile non immedesimarsi via via in un’azione, in un pensiero, in un gesto di questi personaggi: la realizzatissima Denise (bisessuale non proprio pacificata col mondo), il fallito Chip (l’intellettuale sensibile e spiantato) e il forse-depresso Gary (l’uomo in carriera con bellamoglie-beifigli-bellamacchina). Ma anche i loro anziani genitori Enid e Alfred, lui in preda a una malattia degenerativa e lei aggrappata alla vita e all’illusione di Un Ultimo Natale perfetto, fanno prima o poi qualcosa nel quale ci riconosciamo.
Ora, mentre questa famiglia si affanna così tanto a stare dentro ai ruoli che ricopre – o a starne fuori, il più distante possibile, fingendo però di calzarli a pennello ¬– con la perpetua sensazione che un’enorme penna rossa guidata da mano genitoriale stia per tracciare un segno di disappunto… in tutto questo Franzen mette in bocca queste parole a una madre di due figlie, lesbica, trasandata, che non trae godimento dal denaro e che nutre sensi di colpa per avere un fratello in prigione:
- A cosa serve la vita?
- Non lo so – risponde una delle protagoniste.
- Neanch’io. Ma non credo che serva a vincere.
Questa frase passa quasi inosservata, buttata come è nel turbine di eventi e di affreschi – e in questo senso il libro è ottocentesco, con la capacità di diventare anche il mezzo di conoscenza di un mondo, oltre che avere personaggi di rara statura – ma andrebbe sottolineata, e non con la penna rossa.
Perdiamo la vita in discussioni estenuanti (un piccolo capolavoro di psicologia di coppia è quella tra Gary e Caroline) che desideriamo ardentemente vincere, vogliamo segnare punti su un tabellone inesistente o dal valore ridicolo (come capisce il lettore, costretto però anche a sorridere di sé, mentre sorride delle battaglie dei personaggi) e teniamo in mano o temiamo la penna rossa – ma il più delle volte entrambi le cose – ¬ senza mai capire che invece questa vita non è una gara.
P.S. E se può essere utile alla salute di noi tutti, venite ad aiutarmi a correggere bozze. Purché sia liberatorio, e finisca lì.