E’ alle prime giornate di sole. Nelle giornate di autolavaggi affollati da uomini soddisfatti, che possono finalmente rivedere le proprie carrozzerie, sotto la polvere; che succede. Arriva la notizia. Passa un po’ di silenzio, qualche
ma come?. Poi si passano in rassegna le parentele, quelle fatte più di case vicine che di parole parlate, pensando che sì abitano vicini, sono figli di fratelli. Ci si stupisce per i colori usati nella carta, che qualcosa stona sempre, il colore del maglione che spunta sotto il viso magari, un mezzo busto fuori colore col santo di fianco o col profilino nero. Non si distinguono i mazzi pensati, coi petali giusti, da quelli telefonati. Il passo che si sincronizza lungo il tragitto tira vanti questo fiume in secca, che non corre, e neanche scorre. Spunta la faccia nota: chissà come facevano a conoscersi. Si contano le rughe di quello tornato da lontano, che l’ultima volta ci si era visti ragazzini.
E fino alla porta il sole arriva. Sto ferma, muovermi non potrei, nel mio mai così piccolo spazio attorno,
che forse ha disegnato il destino?, mi chiedo asciutta. E non so proprio cosa vuole dire, quello che mi chiedo.
Queste vite seccate ai primi caldi.
Che tanto le ragazze avrebbero messo lo stesso gli occhiali da sole anche in chiesa, che tanto il sudore cattivo, così freddo e involontario, sarebbe sceso lo stesso. Si guarda chi sale sul pulpito con aria di sfida:
Che cosa vorresti dire tu, adesso? Tesi, pronti a non perdonare parole appena fuori fase. Tesi solo a sperare che quel fiume secco non trascini anche noi, che il vortice non si avvicini troppo, perché allora non riusciremmo più a lamentarci di quella seduta davanti a noi, che ha i capelli sporchi.