9 anni fa
23 luglio 2008
10 luglio 2008
Lloret de Mar
Oggi scrivo forse il post più difficile di sempre, ma sento di doverlo fare. Per cui per favore lasciate dei commenti, se lo leggete.
Una ragazza sparisce, viene uccisa, in vacanza.
A cominciare dalla sottoscritta, tutti noi pensiamo che non si sarebbe dovuta separare dall'amica, che in due si è, e in due si rimane: che è stata incosciente. Che errore, che leggerezza, ma non te l'aveva detto nesuno di stare attenta? Ma in fondo, non se l'è anche un pò cercata? Mi irrita molto pensare tutto ciò.Mi disturba che la società nella quale io sono più o meno integrata, e comunque alla quale appartengo, elevi la leggerezza a colpa, veda il problema nella ragazza che si diverte, che spegne forse (supponiamolo pure) il cervello, che si perde in questa Spagna che ci abbaglia, quest'America low cost della nostra generazione. Ecco, la nostra società vede il problema nel fatto che questa ragazza con gli occhi grandi non li abbia tenuti abbastanza aperti, e non nel fatto che ci sia in giro chi uccide, così, tanto per. Significa che io e la mia società pensiamo di non poter fare niente per raddrizzare le storture di quel mondo stupido e violento che abbiamo prodotto, superficiale di professione, "gordo" e vuoto, con le mani cattive e il sangue acido. Che non conosciamo la differenza tra peccati veniali e peccati capitali, tra una sbornia e un omicidio: siamo davvero messi così male? Siamo davvero così ciechi da non capire che non è stata una notte brava "finita in tragedia" ma una tragedia del nostro tempo? Che non distingue, ottenebrato dalla luce abbagliante e sintetica, che come aggiunge di tutto e di più senza un minimo senso, poi toglie. Toglie la vita. Ed è anche una tragedia del nostro pensiero, che generalizza, e che forse non sa più pensare.
E noi lo sappiamo che questo è un discorso giusto. Ma poi, soprattutto noi ragazze, torniamo a dirci che dobbiamo tutelarci, che altrimenti nessuno lo farà per noi. Un brutto, un triste circolo vizioso.
Una ragazza sparisce, viene uccisa, in vacanza.
A cominciare dalla sottoscritta, tutti noi pensiamo che non si sarebbe dovuta separare dall'amica, che in due si è, e in due si rimane: che è stata incosciente. Che errore, che leggerezza, ma non te l'aveva detto nesuno di stare attenta? Ma in fondo, non se l'è anche un pò cercata? Mi irrita molto pensare tutto ciò.Mi disturba che la società nella quale io sono più o meno integrata, e comunque alla quale appartengo, elevi la leggerezza a colpa, veda il problema nella ragazza che si diverte, che spegne forse (supponiamolo pure) il cervello, che si perde in questa Spagna che ci abbaglia, quest'America low cost della nostra generazione. Ecco, la nostra società vede il problema nel fatto che questa ragazza con gli occhi grandi non li abbia tenuti abbastanza aperti, e non nel fatto che ci sia in giro chi uccide, così, tanto per. Significa che io e la mia società pensiamo di non poter fare niente per raddrizzare le storture di quel mondo stupido e violento che abbiamo prodotto, superficiale di professione, "gordo" e vuoto, con le mani cattive e il sangue acido. Che non conosciamo la differenza tra peccati veniali e peccati capitali, tra una sbornia e un omicidio: siamo davvero messi così male? Siamo davvero così ciechi da non capire che non è stata una notte brava "finita in tragedia" ma una tragedia del nostro tempo? Che non distingue, ottenebrato dalla luce abbagliante e sintetica, che come aggiunge di tutto e di più senza un minimo senso, poi toglie. Toglie la vita. Ed è anche una tragedia del nostro pensiero, che generalizza, e che forse non sa più pensare.
E noi lo sappiamo che questo è un discorso giusto. Ma poi, soprattutto noi ragazze, torniamo a dirci che dobbiamo tutelarci, che altrimenti nessuno lo farà per noi. Un brutto, un triste circolo vizioso.
3 luglio 2008
Senza titolo
E’ alle prime giornate di sole. Nelle giornate di autolavaggi affollati da uomini soddisfatti, che possono finalmente rivedere le proprie carrozzerie, sotto la polvere; che succede. Arriva la notizia. Passa un po’ di silenzio, qualche ma come?. Poi si passano in rassegna le parentele, quelle fatte più di case vicine che di parole parlate, pensando che sì abitano vicini, sono figli di fratelli. Ci si stupisce per i colori usati nella carta, che qualcosa stona sempre, il colore del maglione che spunta sotto il viso magari, un mezzo busto fuori colore col santo di fianco o col profilino nero. Non si distinguono i mazzi pensati, coi petali giusti, da quelli telefonati. Il passo che si sincronizza lungo il tragitto tira vanti questo fiume in secca, che non corre, e neanche scorre. Spunta la faccia nota: chissà come facevano a conoscersi. Si contano le rughe di quello tornato da lontano, che l’ultima volta ci si era visti ragazzini.
E fino alla porta il sole arriva. Sto ferma, muovermi non potrei, nel mio mai così piccolo spazio attorno, che forse ha disegnato il destino?, mi chiedo asciutta. E non so proprio cosa vuole dire, quello che mi chiedo.
Queste vite seccate ai primi caldi.
Che tanto le ragazze avrebbero messo lo stesso gli occhiali da sole anche in chiesa, che tanto il sudore cattivo, così freddo e involontario, sarebbe sceso lo stesso. Si guarda chi sale sul pulpito con aria di sfida: Che cosa vorresti dire tu, adesso? Tesi, pronti a non perdonare parole appena fuori fase. Tesi solo a sperare che quel fiume secco non trascini anche noi, che il vortice non si avvicini troppo, perché allora non riusciremmo più a lamentarci di quella seduta davanti a noi, che ha i capelli sporchi.
E fino alla porta il sole arriva. Sto ferma, muovermi non potrei, nel mio mai così piccolo spazio attorno, che forse ha disegnato il destino?, mi chiedo asciutta. E non so proprio cosa vuole dire, quello che mi chiedo.
Queste vite seccate ai primi caldi.
Che tanto le ragazze avrebbero messo lo stesso gli occhiali da sole anche in chiesa, che tanto il sudore cattivo, così freddo e involontario, sarebbe sceso lo stesso. Si guarda chi sale sul pulpito con aria di sfida: Che cosa vorresti dire tu, adesso? Tesi, pronti a non perdonare parole appena fuori fase. Tesi solo a sperare che quel fiume secco non trascini anche noi, che il vortice non si avvicini troppo, perché allora non riusciremmo più a lamentarci di quella seduta davanti a noi, che ha i capelli sporchi.
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