22 gennaio 2009

Pensieri e parole

Lo spazio tra realtà e immaginazione è un elastico che mi si avvicina molle e poi si tende di nuovo. E’ quello che mi permette di scrivere questo:

Ci eravamo incontrati la prima volta in un vecchio bar in periferia, mi aveva lasciato scegliere quando e io dissi venerdì mattina alle dieci. Accettarono nonostante fosse giorno di mercato, cosa alla quale io non avevo pensato. Lui e i suoi uomini apparvero da dietro il banco della biancheria, quello che tiene i pacchi delle mutande negli scatoloni delle banane. Lui no, lui mi osservava, ma i suoi ragazzi tenevano d’occhio quei pochi uomini sparsi tra le tante anziane cotonate che spingevano la bici appoggiata al fianco, cariche di sporte. Non mi diede la mano, continuava a guardarmi in un modo così serio che mi ero già pentita di avere fatto tutti gli sforzi che avevo fatto per contattarlo, chissà se poi mi sarebbe stato davvero utile. L’uomo più anziano della scorta, Emilio, mi chiese la carta d’identità. Non me l’aspettavo,immaginavo che avessero già preso tutte le informazioni che servivano loro, mi sembrò del tutto inutile. Mi misi a frugare nella borsa, non trovavo il portafoglio, poi nel portafoglio, non trovavo la carta, quando finalmente gliela mostrai quello disse: - Ma allora è proprio colpa delle carte d’identità se anche le belle ragazze vengono male in ‘ste fotografie!
Io sorrisi, l’uomo tentò di allungargli il documento, per farsi dare ragione immagino, forse anche per mettermi a mio agio, ma lui continuava a guardarmi. Mi fissava le mani, me le studiava tanto che finii col guardarmele anch’io, convinta che fossero sporche o qualcosa del genere. Gliela tesi dicendo il mio nome, lui ricambiò con una stretta non troppo forte, ma lunga, come se mi volesse trattenere. Controllarono il bar, io avevo avvisato la proprietaria e lei salutò decisa ma educata, il che lì per lì mi sollevò. Eravamo seduti vicini alla finestra, lui ordinò un latte macchiato. – Non riesco a bere il caffè a stomaco vuoto – disse. – Neanch’io- mentii. Parlammo delle mie ricerche, non mi sembrava troppo entusiasta, tutt’altro che passionale, di un nero buio, finito, spento. Però era gentile, se avevo bisogno di lui sapevo quale era la procedura per contattarlo, disse, - Ma non credo che avrai più bisogno di me.
Circa un mese dopo andai a una conferenza alla quale decise, anzi qualcuno decise per lui, di farlo partecipare solo all’ultimo. Feci i salti mortali per esserci, ero senza il pass della stampa che riesumavo controvoglia per quelle occasioni e perciò ero seduta in fondo. Stavo cercando il notes e una penna nella borsa quando quello della carta d’identità mi si avvicinò. Mi portò dietro le quinte del teatro, lui stava parlando con uno degli organizzatori. – Dovresti fare ordine nella borsa – mi disse, mi strinse la mano e poi ci mise sopra anche la sinistra, scaldava la mia con le sue, e rimanemmo così, per un tempo che mi sembrò eterno, sfacciato e indispensabile. – Non mi sembravi il tipo che arrossisce - disse. Mi trascinò in un angolo, mi sentivo strana, privilegiata e in imbarazzo. – Se vuoi, domani sera alle sette vai in piazza Unità, prendi il 16 verso via Rossini, scendi dopo quattro fermate, alla quarta che conti, e lì trovi Emilio che ti aspetta. Se vuoi, solo se vuoi. –
Nell’autobus semi vuoto un uomo mi guardava. Cercavo di capire chi fosse, parlava al telefono ma solo a monosillabi. Alla terza fermata ero così agitata che scesi. Lo sconosciuto restò sull’autobus. Mi veniva quasi da piangere. Subito dopo passò il 16bis, ancora più vuoto. Ci salii, mi piazzai davanti alla porta d’uscita. Emilio mi aspettava con gli occhiali da sole fuori orario e appena in auto mi disse – Cerca di dimenticarti la strada- con un tono ben diverso da quello che conoscevo. Penso che mi abbia fatto fare un giro lungo e inutile per portarmi poco distante, e comunque quella non era la mia città, né quella di Emilio, né quella di lui. Emilio si mise davanti al televisore in salotto, con il volume abbastanza alto, alzato controvoglia, come credo la maggior parte delle azioni di quella serata. Gli altri non li vidi, ma sentivo che c’erano. Lui chiuse la porta e rimanemmo da soli in cucina, una cucina grande e con la stufa a legna. – Ha guidato bene Emilio?- chiese serio, senza tradire nulla nella voce, mentre versava del vino rosso in due bicchieri da acqua – mi sono raccomandato che non sbagliasse musica o altre cose imperdonabili al primo appuntamento… - . – Ho fatto una buona anticamera – dissi, e mi parve una risposta cattiva. Bevemmo il vino in silenzio, io seduta e lui in piedi. Mi alzai per prendere altro vino e mi appoggiai al frigo, era l’unico modo per guardarlo mentre cucinava, era così intento, era l’unico modo per vedere le parole che uscivano dalle sue labbra, se ne fossero uscite ancora. - Non stare troppo vicina al fornello, non voglio che ti scotti con l’olio, Anna - . Non riuscii a trattenere un piccolo sorriso, lui alzò la testa e rise con me. Mi piaceva giragli intorno, sentirmi chiamare per nome, stare tra i suoi cassetti che doveva aprire di continuo mentre parlava di come la pastella dovesse essere porosa. Mi piaceva essere crollata così, a piedi uniti davanti al suo petto, nella sua cucina, vedere che mescolava il sugo con la sinistra anche se non era mancino, mi piaceva che non mettesse musica e guardare il suo pomo d’adamo che respirava regolare. – Hai la pelle fina- dissi. Poco dopo era pronto. Ci sedemmo a tavola, senza il tovagliolo sulle gambe. - Prima tu- mi disse.
L’ho capito quando ho assaggiato il primo boccone. La crespella era buonissima e io ho sorriso, di nuovo. Lui mi stava guardando,ma il suo sguardo girava oltre la mia fronte, si bloccava in un punto appena sopra l’attaccatura dei capelli, verso la porta, verso il salotto. Era tutto finito. Aveva cucinato per me, ed era tutto quello che poteva fare. Era anche tutto quello che poteva fare per sé.
Mentre scendevo dalla macchina, alla fermata dell’autobus che con il buio non sembrava neanche più lo stesso posto, Emilio mi diede un fazzolettino di quelli che ci sono nelle caffetterie. Nella parte piegata c’era il nome di quel bar che avevo scelto io, sopra c’era scritto in corsivo: “Ti guardo le mani. Dagli occhi non potrei tornare indietro”. Non rividi più Emilio.

E di leggere poi, per caso, questo:

… Un attimo dopo l' arrivo in tavola di vassoi colmi di diversi tipi di pasta, l' uomo dalla voce cavernosa ha afferrato il piatto di Saviano riempiendolo di un trittico di primi. Frequento Saviano da un tempo sufficiente per sapere che il suo rapporto con il cibo è complicato come quello dei bambini. Accade che lui ti chiami e ti chieda di andarlo a trovare nella sua tana del momento: «Sono solo. Non mi va di rompere le palle ai ragazzi. Perché prima non passi da un cinese? Va bene anche un Big Mac». La stranezza non è in gusti gastronomici così corrivi. Semmai nel modo con cui Saviano tratta quella sbobba. Mangia con gli occhi più di quanto non faccia con la bocca. Si avventa sul cibo con aria famelica, ma si sazia subito. Si alza in piedi, inizia a parlare e a gesticolare come una marionetta …

Testo completo su http://archiviostorico.corriere.it/2008/dicembre/24/mio_
amico_Roberto_co_9_081224052.shtml

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